Islanda in inverno: viaggio di 3 indimenticabili giorni

Chi sono quei matti che vanno in Islanda in pieno inverno? Eccoci!
Ma dovresti farlo anche tu perché saranno giorni indimenticabili, tra caverne di ghiaccio, cascate impetuose, nevicate improvvise, sorgenti termali e, chissà, magari anche aurore boreali…

Mappa del nostro itinerario di 3 giorni in Islanda in inverno

Giorno 1: Seljalandfoss, Gljufrabui, Reynisfjara

Atterriamo a Reykjavik, in ritardo. Mangiamo un panino al volo in aeroporto, dannate compagnie low cost, mai una volta che rispettino gli operativi, e poi c’è pure coda allo sportello dell’autonoleggio. Usciamo dall’aeroporto che è già pomeriggio. La nostra prima tappa è alla cascata Seljalandsfoss: il freddo è pungente e più ci avviciniamo alla cascata più il vapore gelato ci avvolge. Un sentiero un po’ scivoloso conduce dietro la cascata e così ci ritroviamo protetti in un anfratto di roccia e muschio ad osservare l’Islanda, là fuori, attraverso il bianco umido dell’acqua che si infrange sulle rocce. Pochi passi più avanti, siamo fuori. Ci guardiamo: l’acqua della cascata che ha bagnato le nostre giacche a vento si è ghiacciata in pochi istanti.

Seguendo un rigagnolo azzurro scopriamo un’altra cascata, Gljúfrabúi, è più timida della precedente, si intravede attraverso una feritoia nella roccia. Se fosse estate, potremmo toglierci le scarpe, arrotolarci i pantaloni, e camminare per qualche passo nell’acqua, infilarci in quell’anfratto e arrivare ai piedi della cascata. Se fosse estate. Ma è fine gennaio e la temperatura dell’acqua è tutt’altro che invitante, perciò ci limitiamo a godere di questo scorcio da cartolina.

Sta ormai calando il buio (in inverno le ore di luce sono poche in Islanda), risaliamo in macchina perché c’è ancora una tappa in scaletta: è la spiaggia di Reynisfjara, una spiaggia nera come il carbone e schiaffeggiata dai venti più cattivi d’Islanda. Il mare grigio si agita, ovunque cartelli di pericolo invitano a prestare attenzione a non farsi portare via dalle onde o dal vento o da entrambi. Avanziamo a fatica, col vento in direzione ostinata e contraria, sbandando goffamente alle folate più forti. Tenersi il cappuccio in testa è un’impresa. Altro che arrampicarsi sulle scenografiche colonne di basalto per fare una iconica foto, il prezzo sarebbe una molto più prosaica frattura scomposta.

Il tramonto lo incontriamo poco lontano, a Dyrhólaey, un promontorio maestosamente affacciato sui faraglioni. Il cielo è plumbeo, tutto attorno ha centinaia di sfumature di grigio, di nero, di blu notte. D’estate, qui, abita una colonia di pulcinella di mare, loro sì che hanno capito tutto su come godere della meraviglia della natura.

Quando raggiungiamo infine il Magma Hotel, a Kirkjubæjarklaustur, è quasi ora di cena. In una sala da pranzo calda e accogliente mangiamo riso ai funghi e salmerino al forno, poi torniamo nel nostro “cabin”. La notte è serena grazie al forte vento che ha spazzato via le nubi; scrutiamo il cielo, attraverso la fotocamera si intravede appena un filo di verde in lontananza. Torniamo dentro, ci promettiamo di fare solo un sonnellino e poi torniamo fuori per l’aurora. Ma la sveglia alle 3 di mattina si fa sentire e ci svegliamo che è già domani.

Giorno 2: Ice Caves, Diamond Beach, Skogafoss

Con una bella colazione in corpo siamo pronti a partire per quella che promette di essere l’avventura che vale il viaggio: entrare nelle grotte di ghiaccio del ghiacciaio Vatnajökull. Sulle sponde della laguna di Jökulsárlón ci attende un gippone gigantesco e poi una bella camminata prima di raggiungere le propaggini del ghiacciaio. Mentre camminiamo, le guide ci indicano dove di anno in anno si è ritirato il ghiacciaio, neanche fosse una coperta buttata in lavatrice che si stringe un po’ di più ad ogni lavaggio. Eppure quando lo raggiungiamo il ghiacciaio è maestoso. È un muraglione di ghiaccio annerito dalla cenere e dagli elementi: è ghiaccio nero, un ghiaccio che ha inglobato particelle di cenere al punto da diventare quasi una roccia. Lo sfioriamo con le dita, sopra c’è una patina di polvere. Non è gelato, non sembra di toccare ghiaccio bensì una pietra. Poco oltre, il ghiacciaio si spalanca in una bassa fessura, dove entriamo. Avanziamo di pochi passi e ci troviamo all’interno di una camera nel ghiaccio, una sorta di polmone cavo dalle pareti così azzurre che ci fanno credere d’essere finiti sott’acqua. Il ghiaccio è liscio, levigato, trasparente. Lo strato di ghiaccio sopra le nostre teste è così spesso che non filtra la luce; questa massa enorme gelida che ci circonda non spaventa, ma incanta, rifulge, puro e trasparente, alla luce delle nostre torce.

Tornati sulla costa, addentiamo un paninetto triste comprato ad un chiosco, ma lo mangiamo ancora galvanizzati dalla bellezza e abbracciati dai tenui raggi del sole perciò va bene tutto. Facciamo ancora una passeggiata sulla Diamond Beach, la famosa spiaggia dove gli iceberg di Jökulsárlón vengono trascinati fino a sciogliersi nell’abbraccio del mare. Le luci che troviamo sono pura magia: sono le due del pomeriggio ed è come vivere una lunga “golden hour”. I grossi cubi di ghiaccio colpiti dalle onde fanno “tac-tac-tac“, manco fossero cubetti di ghiaccio tuffati in un cocktail. Pazzesco. Gli iceberg buttati qua e là sulla spiaggia sembrano una manciata di diamanti che brillano colpiti dal sole sulla nera sabbia vulcanica. Bastano due, tre colori appena per creare tanta bellezza.

Guidando verso ovest, facciamo ancora una tappa alla cascata Skógafoss. Pochi passi fuori dall’auto ed inizia a nevicare. L’incavo dove c’è la cascata è ricoperto completamente di ghiaccio. Saliamo gli scivolosissimi scalini lungo il fianco della cascata per arrivare sulla cima e poterla osservare anche dall’alto.

L’ultimo tratto di strada lo percorriamo con la neve fino a raggiungere l’hotel Rangà: l’ambiente legnoso ci fa sentire come all’interno di una baita di montagna. Ci offrono il servizio di sveglia per l’aurora, ma in cielo stanotte c’è soltanto la neve e nessuna fata verde a salutare.

Giorno 3: il “circolo d’oro” e la Blue Lagoon

Il terzo giorno una spolverata di neve ha ricoperto il nostro fuoristrada. Arriviamo a Geysir, primi a varcarne la soglia. Lo strato di neve è immacolato, interrotto solo qua e là dalle chiazze di sgelo create dalle fumarole che si aprono nel terreno. Nevica ancora, mica ha smesso. Nel paesaggio innevato il muschio verde e rosso risalta tra la neve e rivoli di acqua fumante e fango bollente buttano qua e là sbuffi di vapore. Il famoso Strokkur, uno dei geysir presenti nel parco che ogni pochi minuti intrattiene gli spettatori con getti d’acqua anche di oltre 20 metri, oggi probabilmente soffre un po’ il clima e le sue esplosioni sono piuttosto modeste. Ciononostante essere soli in una valle geotermale completamente innevata ha un suo perché.

La seconda tappa della giornata è la maestosa cascata di Gullfoss, un doppio salto che fa precipitare la acque del fiume Hvítá per oltre 30 metri. Il sentiero panoramico, pericolosamente scivoloso e ghiacciato in inverno, offre una visuale dall’alto e frontale della cascata che è qualcosa di straordinario.

Ha smesso di nevicare e noi raggiungiamo un posto molto particolare: si chiama Friðheimar ed è un ristorante all’interno di una serra di pomodori! Qui, grazie all’energia eolica e geotermica, un agronomo e la moglie hanno iniziato a coltivare pomodori tutto l’anno, anche in pieno inverno, ed hanno aperto un ristorante all’interno della serra. Tutti i piatti hanno come ingrediente i loro pomodori, dalla classica zuppa alla caprese ai cocktail; i camerieri ci accolgono spiegandoci come la coltivazione riesca ad avere un basso impatto ambientale grazie all’energia green e a principi di lotta biologica e biodinamica.

Usciti dal ristorante scopriamo che ha ripreso a nevicare e stavolta ancora più copiosamente. Incontriamo un paio di cavalli islandesi curiosi e infreddoliti che si avvicinano brevemente a salutare prima di andare a rifugiarsi nella stalla. Rimontiamo in auto e guidiamo diretti a sud-ovest. Gli ultimi kilometri li percorriamo in una vera e propria bufera di neve: il vento spazza la strada con folate bianche che lasciano a malapena intravedere la strada. Arriviamo comunque a destinazione alla Blue Lagoon, pronti a goderci il calduccio delle piscine termali. Sguazziamo immersi nell’acqua fumante delle piscine termali, facciamo la maschera a base di fango e beviamo uno squisito smoothie a base di spinaci. Un po’ di relax è quel che ci vuole dopo tre intensi giorni in questa straordinaria isola e prima della partenza all’alba per il rientro a casa.


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